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Abitare l’incanto del Mondo

di Maia Cornacchia

Nella natura e nel silenzio, quando gli occhi ascoltano, le orecchie guardano e la pelle allarga le sue maglie, il corpo in ascolto (presente, attento, aperto) si colloca lì dove è e può fare spazio al sapere organico. Chiamo organico quel sapere che siamo e non che abbiamo, quel sapere che si manifesta nella continuamente rinnovata vitalità delle nostre risposte e ci restituisce alla sensazione di essere una “piega del mondo” (Sini), un “risvolto della carne del mondo” (Merleau-Ponty).

Ho imparato da chi sa ascoltare, dai bambini che ancora non parlano, dagli Indiani d’America, dal Teatro delle Sorgenti di Jerzy Grotowski, dal Pensiero delle pratiche di Carlo Sini e dalle persone che mi hanno seguita con coraggio e fiducia lasciando che il cammino si facesse sotto i nostri piedi, che si può ancora abitare l’incanto del mondo. Basta mettersi in ascolto. Quando siamo in ascolto tutto e tutti ci insegnano i passi di una danza che intesse nuove figure con i fili di sempre.

La Pratica di Lavoro Organico è un esercizio di Presenza, Attenzione Apertura, Intenzione, un allenamento che si muove nel solco originario di tradizioni diverse; (…) facile da intendere e meno facile da esercitare perché richiede uno stato di vigilanza capace di cogliere e superare la forza degli automatismi. Presenza è la capacità di stare qui/ora con quello che accade, sentire he ci siamo, essere centrati. È quello che consente di avventurarci nel non ovvio e di sperimentare la continuamente rinnovabile vitalità delle nostre risposte mentre si generano nella presenza, invece di appoggiarsi al supporto del noto. È quello che Castaneda chiama “potere personale”: la facoltà di gestire i propri confini con il sapere del momento. La presenza può tenere lontano o includere il mondo, quando abbiamo la sensazione di esserne toccati. È assunzione piena, della propria responsabilità: “Ricordati di stare al centro del tuo cerchio e ricordati che non c’è niente che possa entrarvi senza che tu lo abbia invitato così come non c’è niente che possa restarvi se tu non lo vuoi”, dicono gli indiani d’America.

C’è un modo veloce, quasi “tecnico”, di ritrovare la presenza quando ci accorgiamo di essere inconsapevolmente scivolati nel passato o proiettati nel futuro: osservare il respiro, senza modificarlo, perché nel momento in cui mi sento respirare, mi sento qui/ora. Osservare, mettere un filo di attenzione sul respiro, ci porta all’osservatore, al testimone, alla seconda indicazione. Allertare l’attenzione richiede un movimento quasi opposto a quello che facciamo per concentraci. Nella concentrazione il fuoco dell’attenzione si chiude su un oggetto, mentre per allertarsi si apre a trecentosessanta gradi. È un’attenzione non selettiva, ma molto vigile perché tesa a cogliere tutto quello che si presenta nel nostro campo percettivo. Ne facciamo esperienza, spesso inconsapevolmente, ogni volta che ci troviamo in una situazione che suscita la nostra curiosità, quando non vorremmo che ci sfuggisse niente di quello che stiamo vivendo. l’attenzione nutre ciò su cui è diretta (…) L’osservatore è come un faro che illumina l’esperienza, un testimone silenzioso che tiene insieme il pensare e il sentire, la mente e il cuore.

Quando l’attenzione è vigile e lo spazio è aperto, diventa difficile nominare e il chiaccherio della mente cessa. Come un cervo che si immobilizza, allerta tutti i sensi in un ascolto pieno e non è contratto, ma pronto a qualunque, immediata risposta. “Essere pronti è tutto” fa dire Shakespeare a Amleto. Ecco perché l’apertura. Apertura è la disponibilità a stare con quello che accade rinunciando al controllo, alle aspettative, al desiderio che le cose vadano nella direzione e nel modo che abbiamo in mente noi. L’esercizio del controllo porta a modificare la situazione a partire dal noto con l’intento di ricondurla nell’alveo del conosciuto. L’apertura accoglie e si immerge nella situazione resuscitando il gusto della sorpresa e dell’esplorazione.

Grotowski citava un passo della Baghavad Gita che dice che l’uomo intero sono due uccelli: quello che becca il mangime a terra e quello, sul ramo dell’albero, che lo osserva. La stessa citazione l’ho trovata nel libro di Ginger ed è l’immagine più solidale, per me, all’esperienza dell’osservatore, del testimone, della consapevolezza. È il non essere contratto del cervo, il non stringere i denti nello sforzo dell’uomo, ma l’aprirsi, anche alla difficoltà, fidandosi del possibile emergere di risorse inaspettate. L’energia sottratta allo sforzo e alla tensione del controllo si rende disponibile per penetrare l’esperienza e scoprire lo spessore dell’evento, anche di quello più semplice e abituale, e lo spessore del sapere che chiamo organico. L’apertura si nutre di fiducia e la fiducia cresce con l’esperienza. Darmi l’intenzione di essere sgombra mi permette di vedere quello che mi sta ingombrando.

L’intenzione nasce, come indicazione, da due anni di ricerca con un gruppo di allievi mossi, come me, dal desiderio di trovare un modo di usare la volontà che non interferisse con il movimento della vita. Se io mi trovo in un punto e voglio raggiungerne un altro, di solito cerco di muovermi in linea retta perché il buon senso (o la razionalità) mi dice che è il percorso più breve, il più diretto, quindi il migliore. Se mi do l’intenzione invece, metto a fuoco l’obiettivo, sono determinata a raggiungerlo e investo tutte le mie energie nel raggiungimento di quel punto. Ma una volta data l’intenzione, sono presente, attenta, aperta: in ascolto. Sto con quello che accade momento per momento e quello che accade mi può portare in qualunque direzione lungo un percorso tutt’altro che rettilineo.

Quando raggiungerò il mio obiettivo, riposata dall’essermi lasciata portare, sarò colma dell’esperienza vissuta istante per istante e forse capace di dare un senso a quell’errare incontro a persone, eventi, situazioni non programmate. Se invece voglio muovermi lungo il percorso rettilineo e quello che accade mi spinge in un’altra direzione, devo resistere, resistere e lottare. Raggiungerò l’altro punto esausta, senza aver vissuto nulla di quello che incontravo sul mio percorso perché la mia attenzione era tutta presa dall’obiettivo e dallo sforzo di mantenere la rotta stabilita.

Credo che valga la pena (che in questo caso è tutt’altro che una pena) di sperimentare l’intenzione, anche perché funziona da potente attivatore del sapere organico. È il motivo per cui, nella mia conduzione, risuona, quasi a ogni indicazione particolare (che si tratti di stirarsi, alzarsi in piedi da sdraiati o allargare le maglie della pelle) la frase: “Diamoci l’intenzione di... e lasciamo succedere mettendoci in ascolto”.

Maia Cornacchia - counselor di formazione filosofica maiasara@yahoo.it


From Amaranda The Journal of The European Ecopsychology Society EES Volume 2, Issue 2, Spring 2008



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