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saggi e approfondimenti



Ascoltare il mondo

Marcella Danon


L’ecopsicologia, disciplina giovane, coniuga ecologia e psicologia per rieducarci al saper vivere, che è poi un vivere bene nel mondo. Come? Favorendo una disposizione all’ascolto delle cose che è possibile coltivare solo con una riscoperta di quelle fasi ricettive dei processi vitali che sviluppano la sensibilità e la creatività.

Quando la campagna tace sotto una bianca coltre di neve, un’attività intensa ferve, vitale e indispensabile. Non ci sono segni esteriori, visibili, misurabili di quanto avviene in profondità, ma la profusione creativa che emergerà a primavera si prepara nei lunghi mesi invernali, senza i quali non ci sarebbe una rielaborazione del vecchio e una riprogettazione del nuovo.
Durante la notte il nostro corpo è silente e immobile, o quasi, ma senza quel momento di stasi esteriore e attività interiore non saremmo pronti a riaffrontare una nuova giornata di attività con energie ritemprate. Sistole e diastole, inspirazione ed espirazione: ogni processo del vivente si compone di due fasi, attiva e ricettiva, opposte e complementari..

La Terra e la storia della vita

La Terra ci ricorda continuamente chi siamo, da dove veniamo e come funzioniamo, ma poche orecchie, di questi tempi, praticano quello che gli antichi greci chiamavano akròasis, l’ascolto del mondo. Le similitudini tra noi e il resto del creato ci sfuggono, come se fossimo giunti su questo pianeta da un altro universo e non condividessimo con questa realtà terrestre storia, forme e funzioni.
Quando, invece, riapriamo occhi, orecchie e cuore con rinnovata attenzione, scopriamo quanto in comune abbiamo con questa natura in cui mitologie di altre civiltà hanno sempre iscritto il mondo umano, ci accorgiamo, per esempio, che i nostri cuccioli, nel periodo pre-natale, perinatale e nelle prime fasi della crescita ripropongono la storia dell’evoluzione della vita. L’ontogenesi ricapitola la filogenesi: un neonato, all’inizio, ha facoltà di movimento solo bidirezionali, come un pesce; a poco a poco acquista la capacità di coordinare arti inferiori e superiori, come un anfibio; poi c’è la camminata carponi come i quadrupedi e infine, crescendo, la conquista della posizione eretta.
Il genoma umano, recentemente mappato, si è rivelato molto più simile, rispetto alle aspettative, a quello delle altre forme di vita. C’è solo una porzione di 1,5% che ci distingue dal più evoluto dei primati, e il secondo animale a noi geneticamente più vicino è il gatto; molto del genoma dell’uomo moderno è antichissimo e lo condividiamo con gli altri animali, persino con insetti.

L’arroganza del pensiero

È proprio questa perdita di connessione, alcuni la fanno risalire alla nascita dell’illuminismo, che caratterizza l’era moderna, così focalizzata su una sola metà della realtà di cui siamo parte, a discapito di un’altra metà, ignorata, dimenticata, rimossa. Il cogito ergo sum cartesiano ha istituzionalizzato quella che oggi viene sempre di più riconosciuta come un’illusione ottica della coscienza. Il pensiero ha prevaricato su ogni altra funzione psichica, limitando la visione del mondo a quanto i sensi possono cogliere e la mente analizzare, togliendo dignità alla sensibilità emotiva, relegando la percezione fisica a mera funzionalità, ignorando l’intuizione, sottraendo potere a ideali, sogni e immaginazione, abbandonando la spiritualità in balia di monopoli da una parte e al discredito dall’altra.
Ne è nata una visione del mondo sempre più analitica e meccanicistica, logica e funzionalistica, in cui la sofferenza della cacciata dall’eden – la negazione dell’eros, della natura rigogliosa, spontanea e gioiosa, dentro e fuori di noi – si è tramutata in un senso di vuoto da colmare con conquiste e realizzazioni, con un fare sempre più frenetico, un avere sempre più spasmodico, per nascondere la sottostante sete di essere, di essenza, di calorosa presenza a se stessi, al mondo, alla vita.

Malessere esistenziale

Gran parte del malessere esistenziale del nostro tempo è stato attribuito a una perdita di connessione dell’individuo, a diversi livelli: dall’ambiente naturale, dal prossimo e persino da se stessi. Una fase necessaria, probabilmente, che ora tende naturalmente in direzione opposta, come un pendolo che una volta raggiunto un estremo si dirige verso l’altro: come società, siamo al culmine di una fase di rafforzamento del senso dell’io, che ci ha portato a sentirci soli nel processo della vita e nell’esperienza terrestre, in un altalenare di senso di onnipotenza e nullità, ma ora ci stiamo spontaneamente avviando verso un’integrazione di quanto è stato trascurato e dimenticato.
Il malessere esistenziale diventa, così, il punto di arrivo della coscienza personale che si accorge di non bastare più a se stessa per dare significato alla vita, e diventa il punto di partenza di una ritrovata visione di sé, trans-personale, che ci riconosce parte integrante dell’ecosistema, agenti attivi di co-creazione nel processo della vita. Un salto di qualità indispensabile per conquistarci l’altisonante titolo di sapiens sapiens.

Sum, ergo cogito

Nel percorso di riavvicinamento a noi stessi, nel farci guidare dal riformulato sum, ergo cogito, “sono, e quindi, tra le altre cose, penso”, che conferisce valore e potere ai modi altri di esperire la vita – l’emozione, il sentimento, la sensazione, l’intuizione – ecco che l’ozio assume una valenza completamente nuova. Non è più la deprecata inattività in una società inebriata dalla rivoluzione industriale, ma diventa la necessaria stasi esteriore che lascia spazio all’attività interiore, quel lavorio che l’occhio non vede ma di cui anche la mente ha bisogno per funzionare al massimo delle sue potenzialità.
La trasmutazione cellulare dei semi sotto la terra d’inverno, la rigenerazione dei tessuti durante la notte e il concatenarsi apparentemente caotico di immagini e idee che caratterizzano il processo creativo, che ogni artista, ogni scrittore e anche ogni scienziato conosce, non avviene nell’attività, avviene nell’ozio.
Dal latino autium, da aveo, sto bene, e contrario a negotium, occupazione, travaglio, nella sua accezione originale l’ozio non ha nulla di quella inflessione svalutativa che ha finito con l’acquistare nei tempi più recenti. Gli antichi romani la sapevano lunga sulla qualità della vita: la quiete, il riposo dalle occupazioni, era considerata parte integrante della quotidianità, del ciclo naturale delle cose.

L’avventura dentro di noi

In questa stasi dal “fare” c’è un rallentamento delle frequenze cerebrali e un’attivazione di funzioni solitamente poco attive nella frenetica vita quotidiana, le cosiddette funzioni dell’emisfero destro del cervello, tra cui prevalgono la capacità di sintesi, la visione analogica, la capacità di oltrepassare i limiti dell’appreso per sperimentare nuove possibilità, nuove combinazioni. Un intero sofisticatissimo laboratorio si attiva per noi, se soltanto gliene diamo la possibilità, e ci fornisce idee, suggerimenti, soluzioni cha hanno bisogno di un momento di calma e di silenzio per formularsi, per emergere, per proporsi. La metà del mondo che abbiamo dimenticato non è solo all’esterno, il mondo naturale di cui ci sentiamo spesso più padroni che figli, è anche dentro di noi, una ricchezza interiore che non ci è ancora stato insegnato a riconoscere, apprezzare e, soprattutto, valorizzare.
“La vera avventura è quella dentro di noi” aveva detto in un’intervista l’esploratore Walter Bonatti e, in ecopsicologia, il mondo interiore è descritto con lo stesso linguaggio di quello naturale: ognuno di noi è un pianeta unico e irripetibile, con le sue pianure, le sue cime, i boschi impenetrabili e le paludi; con profondi abissi e tesori nascosti, autostrade sempre trafficate, ma anche viottoli mai percorsi e paesaggi inesplorati.

La fase ricettiva

L’ozio, come riposo dalle occupazioni, è il momento principe per l’ascolto, per la presenza non più soltanto attiva, ma anche ricettiva alla vita, agli altri e anche a se stessi. È quindi una facoltà da sviluppare in quanto complementare e vitale al “negozio”, all’azione incisiva sulla realtà. L’ozio fornisce le condizioni per consolidare e rafforzare quello spazio inviolabile all’interno dell’individuo in cui è possibile la creatività. L’ozio che rigenera è quello che distingue l’essere umano dalla macchina, programmata solo per la fase attiva, un meccanismo che procede sempre uguale, dall’inizio sino alla fine. Quando dalla macchina si passa all’uomo, l’automatismo si trasforma in abitudine e pregiudizio, ed è solo nel saper oscillare tra negotium e otium che si lascia spazio al libero arbitrio, alla consapevolezza di quel margine di responsabilità nei confronti del proprio agire e delle conseguenze che inevitabilmente innesca, riconoscendo così l’essenza stessa della proprio identità non più nel cogito ma nel sum.
Centro impalpabile e indefinibile, come il baricentro di una bicicletta, la consapevolezza del sum è punto di arrivo, e poi ancora una volta punto di partenza di chi scopre di essere “cittadino di due mondi”, come lo psichiatra Roberto Assagioli definisce la duplice natura umana, finita e infinita allo stesso tempo.
“La vita umana è tessuta di prosa e di poesia”, suggerisce il sociologo e filosofo Edgar Morin, un altro modo per definire questi due mondi in cui possiamo imparare ad abitare: emisfero sinistro e destro, natura e cultura, logos ed eros, azione e ascolto, attività e riposo.
Due polarità della vita che, una volta riconosciute, ci permettono di sincronizzare il nostro respiro con la Terra di cui siamo parte, di calibrare il nostro passo col ritmo di chi ci sta accanto, di ritrovare un senso della vita che non si misura solo coi numeri ma anche col sorriso, di ritrovare l’eden che credevamo perduto. Non dobbiamo correre chissà dove per trovare noi stessi, per riconnetterci alla vasta, complessa, contraddittoria, vivace e multicolore realtà che siamo, basta fermarsi e imparare ad ascoltare.

Ecopsicologia

Abbracciando la “natura dentro” si rivela la nostra identità più vasta, che include anche la “natura fuori”, e abbracciando la natura fuori ci diventa più facile entrare in contatto con quella dentro, è su questo doppio binario che lavora l’ecopsicologia. Giovane scienza, nata dall’incontro tra ecologia e psicologia, per favorire crescita personale e coscienza ambientale, l’ecopsicologia invita a sviluppare l’ascolto del mondo come allenamento all’ascolto di sé e degli altri e, viceversa, insegna a riconoscere le voci più sottili della propria interiorità come esercizio di empatia e rispetto che si manifesterà poi anche nei confronti dell’alterità, umana e non umana.
Un esercizio? La prima volta che vi troverete in un parco, in un bosco, in un viottolo di campagna, provate a camminare in silenzio, lentamente, con tutta la vostra attenzione concentrata su quanto i vostri sensi colgono: suoni, forme, colori, profumi, sensazioni tattili – date da cortecce, pietre, acqua – anche sapori. Guardate il mondo che vi circonda come se lo vedeste per la prima volta, esplorate ogni cosa, apritevi alla sorpresa e alla meraviglia. Non etichettate, che sia una vinca maior o un quercus robur ciò che incontrerete, non pensate che una definizione sia sufficiente ad “ascoltare” quel singolo fiore o albero. Apritevi al mondo. Dieci, venti, trenta minuti, quello che sarà a voi necessario e gradito. Fatelo soli, fatelo in coppia, fatelo in famiglia o con amici. E poi, soltanto alla fine, condividete verbalmente l’esperienza. Questo è un primo passo in quel cammino che ci porta a entrare più profondamente in contatto con la nostra identità. Un’identità in cui più ampi confini si confondono coi margini dell’universo.

BIBLIOGRAFIA
M. Danon, Ecopsicologia, crescita personale e coscienza ambientale, Apogeo-Feltrinelli, Milano, 2006.

Scritto per Diogene, giugno 2009


Per approfondimenti sull'ecopsicologia: ECOPSICOLOGIA WEBZINE



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