Ecopsicologia: crescita personale e coscienza ambientale

Marcella Danon


Abstract
Nata in California, all’inizio degli anni ‘90, nell’ambito professionale della psicologia, per indirizzare i professionisti - psicoterapeuti, psicologi, counselor, insegnanti, educatori - ad aiutare le persone a ritrovare un rapporto più autentico con se stessi anche attraverso un contatto diretto con l’ambiente naturale, l’ecopsicologia ha presto assunto una connotazione ancor più ampia proponendosi come “allenamento della coscienza” per risvegliare una maggior presenza a se stessi e al mondo a partire da percorsi di crescita personale mirati a riconoscere e usare l’ampio margine di libertà e creatività a disposizione dell’essere umano.
Partendo dalle considerazioni e dagli studi messi in atto dalla psicologia ambientale - che riconosce quanto un contatto più diretto con la natura abbia innegabili effetti positivi anche da un punto di vista psicologico - l’ecopsicologia si è spinta oltre, mettendo in discussione la radicata odierna visione antropocentrica del mondo a favore di una visione ecocentrica, sottolineando la profonda connessione che ci lega al Pianeta Terra, riconoscendo all’individuo dignità, potere e responsabilità nei confronti dell’ambiente e della vita e riconoscendo l’essere umano parte attiva del processo evolutivo.
Le applicazioni dell’ecopsicologia, oggi, non si limitano all’ambito terapeutico ma trovano sempre più vasta applicazione anche in ambito educativo, ambientalista, nelle scuole, nelle realtà comunitarie, nei parchi e nelle aziende.

Sono preoccupato per la psicologia – scrive James Hillman – (…) non voglio che sia inghiottita nelle sue caverne dell’interiorità, che si perda nelle sue labirintiche esplorazioni, nelle minuzie dei ricordi, dei sentimenti, dei linguaggi… [mi rivolgo] ai miei colleghi per impedire che il nostro campo si restringa sino a diventare solo una specializzazione. Bisogna uscire dall’isolamento, dall’autoreclusione, nutrire idee nuove. Oggi queste idee ci raggiungono dal mondo, dalla psiche ecologica, dall’anima del mondo per la quale l’anima umana è afflitta. (…) Perché è proprio nell’anima del mondo che l’anima dell’uomo ha avuto sempre la sua dimora ”.

Ed è proprio di questo incontro tra l’anima del mondo e l’anima dell’uomo che di occupa l’Ecopsicologia: “Ai suoi livelli più profondi, la psiche è legata alla terra”, scrive Theodore Roszak, lo storico della cultura che ha divulgato, e quindi ufficializzato, il termine “ecopsicologia” per accomunare operatori nel campo della salute fisica e psichica e dell’educazione attenti anche all’ambiente. E poi scrive ancora: “Non potremo mai avere un vero benessere su un pianeta malato e l’impegno per la salute individuale passa necessariamente dall’impegno per la salute, a tutti i livelli, del nostro pianeta”.
L’incontro tra ecologia e psicologia – una che studia il mondo e l’altra l’uomo – ha dato forma a quella che è più di una semplice disciplina, è una nuova concezione del mondo. Alla base dell’ecopsicologia c’è una visione sistemica della vita, una concezione della fisica all’avanguardia e una visione evoluzionistica della vita in cui l’essere umano non è il padrone del mondo, ma la “punta di diamante” di un processo evolutivo che include necessariamente tutte le forme di vita emerse prima di noi e il processo continua. “L’evoluzione non avviene più sul piano della forma, ma sul piano interiore”, ipotizza il paleontologo gesuita Teilhard De Chardin; “noi potremmo essere il sistema nervoso di Gaia”, afferma lo scienziato inglese James Lovelock − autore insieme a Lynn Margulis di Ipotesi Gaia, ora riconosciuta come “Teoria di Gaia” −; e l’astrofisico Brian Swimme riprende la metafora: “siamo cellule neuronali di questo pianeta che devono ancora risvegliarsi alla loro vera e più ampia natura”.

Nella sua accezione più ampia, quindi, l’ecopsicologia è il percorso di crescita personale – da qui il prefisso psico – necessario per riconoscere di far parte del sistema Terra – eco – e per attivarsi di conseguenza con tutta la saggezza, tecnologia e responsabilità necessaria.
Con salde radici nella psicologia umanistica – con cui condivide la visione unitaria dell’individuo come insieme corpo-emozione-mente, l’accento sulla crescita e il potenziale evolutivo individuale, i valori di libertà, creatività e responsabilità come connaturati alla natura umana – l’ecopsicologia si allarga anche alla teoria e alla pratica della psicologia transpersonale, ampliando i confini dell’identità oltre i limiti della pelle e della stessa soggettività, additando orizzonti più vasti, che includono l’intero pianeta inteso come origine filogeneticamente condivisa con ogni altra componente della creazione terreste, e che proseguono oltre.
In questo modo l’ecopsicologia si iscrive in una ancora in embrione quinta forza della psicologia (la psicologia umanistica è considerata la terza e quella transpersonale la quarta) che studia la coscienza, l’essenza stessa della vita in azione attraverso l’essere umano; quella componente individuale che è oltre il corpo, oltre la psiche – intesa come unità emozione mente -, che è identificabile in quel sum messo in luce dal ribaltamento del diktat cartesiano: da “cogito ergo sum” a “sum ergo cogito”. In un futuro non lontano sarà su questo sum che ci concentreremo per provare a rispondere alle domande esistenziali troppo spesso relegate ai ripostigli della coscienza: “chi siamo?”, “perché siamo qui?”, “quale è lo scopo della vita?”, la psicologia sarà la scienza della coscienza.

Perché l’ecopsicologia è una scienza della coscienza? Perché attraverso una pratica che non sembra a prima vista particolarmente originale o innovativa – setting in natura e utilizzo di metafore tratte dal mondo naturale, come vedremo tra poco – propone una vera e propria ginnastica della consapevolezza per allargare il proprio campo di attenzione, sia quantitativamente che qualitativamente, insegnando a cogliere percezioni sensoriali via via più sottili all’esterno, a sfumature di sentire via via più impalpabili all’interno di sé, ampliando in questo modo la capacità di presenza dentro e fuori di sé, come punti di partenza per la creazione di relazioni, a tutti i livelli, improntate da ascolto, rispetto e dialogo.

Basata su una visione sistemica della realtà, l’ecopsicologia parte dal presupposto che tutto è relazione. Creare relazioni di qualità diventa quindi imprescindibile per una corretta gestione di un ecosistema; che si tratti della propria dimensione intrapsichica, dei rapporti interpersonali con altri esserci umani o dell’incontro con il mondo non umano, animale, vegetale o minerale. Se l’importanza delle relazioni interpersonali è già da anni patrimonio riconosciuto della psicologia, l’attenzione al dialogo interno è prerogativa di alcuni orientamenti specifici – psicosintesi, gestalt, psicodramma, dialogo delle voci, ecc. – mentre il dialogo con il mondo esterno, dandogli la dignità di interlocutore, è ancora nuovo in psicologia. E’ un campo affrontato da alcuni contemporanei approcci sciamanici, o che si dichiarano tali, che – attingendo a un patrimonio culturale antichissimo – propongono esercizi e attività volte a entrare in dialogo con un albero, un fiume, lo spirito di un luogo; spesso, però, senza l’opportuno allenamento all’autoascolto e quindi con un margine di proiezione al 100%, non riconosciuto e non esaminato in quanto tale.

L’ecopsicologia dà grande valore alla cultura sciamanica, che ha origine in ere in cui non era ancora avvenuta quella disconnessione dell’individuo col mondo naturale che caratterizza la nostra civiltà e cultura contemporanee, ma ne utilizza solo alcuni esercizi in un contesto psicologico preciso che invita all’apertura e all’ascolto sapendo che il mondo esterno farà risuonare nostre voci interiori, e utilizza l’incontro con l’elemento naturale, per esempio, come occasione di ascolto profondo e di esplorazione di sé.
A un livello più profondo, come lo stesso Roszak ha affermato, non c’è differenza tra noi e il mondo, quindi “cominciando ad ascoltare e ad accogliere incondizionatamente ciò che io sono e tutto il mio vissuto interiore, mi preparo ad aprirmi nei confronti dell’alterità”, ed è questo l’allenamento di base che l’ecopsicologia propone. Da una parte il lavoro con la natura e nella natura ci mette a contatto con voci sopite e aspetti di noi dimenticati e poco frequentati, dall’altra il fatto di aprirci maggiormente a queste nostre parti ci predispone a un’attenzione e disponibilità maggiori nei confronti dell’altro e ci risveglia la consapevolezza di essere noi stessi “parte” del pianeta.
Perché più a fondo entriamo in contatto con noi stessi più facilmente entriamo in contatto con un livello ancora più profondo dell’inconscio, quello che in ecopsicologia si chiama “inconscio ecologico”:
“L’inconscio collettivo, al suo livello più profondo, racchiude l’intera intelligenza ecologica di tutte le specie, la fonte da cui è scaturita la cultura, come riflesso consapevole di una emergente mente della natura. La sopravvivenza della vita e di tutte le specie non sarebbe stata possibile senza un tale sistema di saggezza autoregolantesi. Era lì per guidare questo sviluppo attraverso tentativi ed errori, selezione ed estinzione, così come era lì nell’istante del big bang per condensare i primi lampi di radiazione in materia solida. E’ questo l’Es a cui l’ego si deve collegare se vogliamo diventare una specie sana capace di grandi avventure evolutive ”.

Più conosco me stesso più conosco il mondo, più conosco il mondo più conosco me stesso. E’ su questo assunto che si basa tutta la pratica dell’ecopsicologia. Ma come si traduce, concretamente, tutto questo nel counseling o in un percorso di crescita personale?
In diversi obiettivi, integrabili a un percorso di crescita o terapeutico già predefinito o ricercati direttamente attraverso percorsi di crescita di gruppo o individuali:
 allenamento all’ascolto, interno ed esterno;
 esercizio e affinamento delle capacità sensoriali;
 allargamento di confini nella percezione e concezione di sé, del senso di identità;
 sviluppo di un atteggiamento di apertura e rispetto nei confronti dell’alterità;
 rafforzamento del senso di potere personale, per “non rassegnarsi all’evitabile”;
 valorizzazione di immaginazione, intuizione e creatività;
 risveglio delle domande esistenziali di base;
 focalizzazione sui valori e sulla ricerca di senso della vita, in sintonia con i principi della Logoterapia di Viktor Frankl;
 ricerca della propria “vocazione” , del proprio specifico contributo da dare al mondo, alla vita.

Anche il setting è un elemento importante della pratica ecopsicologica. Il paesaggio naturale diventa sicuramente un possibile nuovo setting terapeutico e la wilderness – natura incontaminata – un'opportunità di riscoperta e valorizzazione degli aspetti più profondi e vitali di sé.
Usare la natura come setting può voler dire fare una seduta fisicamente in una parco, prato, giardino o comunque al di fuori dal ristretto spazio racchiuso tra quattro mura. E questo può apportare una maggior facilità di apertura a chi si sente già predisposto a un incontro con l'ambiente naturale e può rappresentare una stimolante provocazione per chi invece è ancora molto rinchiuso in se stesso e deve confrontarsi con un setting non più raccolto e protetto come quello usuale.
Va comunque tenuto presente che nel contatto con l'ambiente vengono riattivate le energie vitali, lo sguardo diventa libero di spaziare e può attingere a orizzonti più ampi anche interiormente, l'elettricità statica si scarica e molto del nervosismo di base connaturato alla permanenza in spazi chiusi può dissolversi, respirare a pieni polmoni ricarica fisicamente e tutto predispone a un contatto più autentico con la realtà, esterna e interna.
Anche quando non è a portata di mano, l'ambiente naturale diventa una eccellente metafora per esplorare il mondo interiore, altrettanto vasto e sconfinato di un pianeta con i suoi abissi e le sue altezze; l’ecopsicologia lavora molto attivando le cosiddette facoltà dell’emisfero destro del cervello, giocando quindi con l’analogia, la visualizzazione, il lavoro sui simboli, utilizzando il disegno, la musica, il movimento, tutto quanto aiuta a ricreare dentro di sé un’unità spesso perduta che integri, in modo complementare, l’unilateralmente sviluppata dimensione razionale.

Ciononostante, non è sufficiente portare il paziente/cliente in un parco o in un bosco, o fargli disegnare un paesaggio, per poter definire ‘ecopsicologico’ il proprio lavoro, se manca la visone più ampia nel cui ambito questa disciplina si inscrive. La ‘visione del mondo’ implicita è più potente e più importante della tecnica, in ecopsicologia, e stimola, di fatto, la nascita e la diffusione di tanti diversi modi di lavorare con le persone in quello che è, prima di tutto, un percorso di crescita personale verso un ampliamento della propria consapevolezza e del proprio senso di appartenenza e di identità.
L’ecopsicologia, sul piano internazionale, è proprio caratterizzata da una grande creatività e generosità nel condividere la propria esperienza e i metodi di lavoro che sono stati trovati efficaci. Diffusa soprattutto negli Stati Uniti e in Canada, ha dato vita a una ricca bibliografia di psicologi, counselor, psicoterapeuti e operatori dell’educazione ambientale che raccontano ciò che fanno, diffondendo così pratiche e metodi di lavoro utili a una finalità unanimemente riconosciuta da chiunque indossi il “cappello” ecopsicologia: riconnettere il senso dell’identità umana al comune destino di ogni altro essere su questa Terra e del pianeta stesso.

E’ stato Roszak stesso a definire “cappello” l’ecopsicologia, un termine nato proprio per fornire un’identità comune a tanti diversi approcci ormai esistenti e non disperderne così la carica innovativa in tanti rivoli: psicologia verde, psicoecologia, terapia verde, terapia globale, ecologia transpersonale, counseling sciamanico, ecoterapia, ecc.
Da pratica terapeutica, l’ecopsicologia ha subito conquistato terreno in ambito anche educativo, rivelandosi una forza rivitalizzante dell’educazione ambientale, in grado di far avvicinare alla natura non solo da un punto di vista cognitivo, ma anche esperienziale e, soprattutto emotivo.
Esercizi di allenamento all’attenzione interna ed esterna, per imparare – o, meglio, reimparare – a usare tutti e cinque i sensi nel mettersi in contatto con il mondo esterno, oppure la meditazione camminata, per guardare un paesaggio come se lo si vedesse per la prima volta e recuperare quell’abitudine, che fino agli antichi romani era ancora in uso, di rivolgersi a un ambiente come se fosse un entità vivente – genius loci, lo chiamavano – quindi con rispetto, attraversandolo con la stessa cautela che si avrebbe in una casa altrui in cui siamo ospiti e come tali dovremmo comportarci, non come predatori con diritto di vita e di morte su tutto quanto non ha forma umana… sono alcuni esempi di lavori facilmente esportabili nelle scuole e con bambini e ragazzi, ‘cavalcando’ tutte le considerazioni sempre più diffuse sull’innegabile beneficio di un contatto più diretto con l’ambiente naturale.

Un libro uscito qualche anno fa in Italia su questo tema è L’ultimo bambino dei boschi, di Richard Louv uno dei più autorevoli educatori americani, che ha lanciato un allarme dei rischi e dei danni dello stile di vita sedentario, videodipendente e non in contatto con l’ambiente naturale e dei bambini delle grandi città. Per la prima volta viene presentato al grande pubblico un concetto chiave dell’ecopsicologia nelle sue applicazioni in campo più strettamente terapeutico: il Nature Deficit Disorder la sindrome da deficit di natura, rilevabile in bambini cresciuti in ambito urbano e mai entrati in contatto con l’ambiente al suo stato più naturale, che finiscono con lo sviluppare un’incapacità di relazionarsi con ambienti non cementificati, non artificialmente riscaldati e illuminati, con gli animali, e, parallelamente, perdono anche la capacità di relazionarsi con la propria corrispondente wilderness interna: istinto, spontaneità, gioiosità; ma qui torniamo ancora al versante terapeutico, che molto lavora sulla possibilità di entrare in relazione col mondo interno a partire da un contatto e familiarizzazione con la corrispettiva dimensione esterna, la natura, e molto lavora, soprattutto in ambito pediatrico, con gli animali, con una pet theraphy particolarmente attenta all’aspetto relazionale, che diventi prima di tutto un educazione al rispetto dell’alterità.
Altre applicazioni dell’ecopsicologia sono in ambito formativo aziendale, come stimolo per una maggior conoscenza di sé, come allenamento alle relazioni di qualità come base per la creazione di ecosistemi sociali di qualità, per un ampliamento di orizzonti nei confronti del mondo e per il risveglio di un maggior senso di responsabilità nei confronti del proprio operato e delle sue conseguenze su un ambiente naturale finalmente riconosciuto come parte di sé. Questo, in sintonia con alcuni dei filoni più all’avanguardia nel mondo della formazione manageriale, come l’evolutionary management – interamente basato su una visione sistemica della realtà e sul principio di co-creazione della realtà – e l’integrity management che riapre il dibattito sulla questione dei valori e sull’etica applicata all’attività imprenditoriale.

Ci avviciniamo così sempre di più al versate eco dell’ecopsicologia, che mira a risvegliare consapevolezza ambientale e sensibilità ecologica, e si impegna quindi a ‘studiare la psicologia’ per comprendere meglio come impostare campagne di sensibilizzazione alle tematiche ambientali, non più basate su toni di tipo apocalittico o allarmistico, ma mirate a coinvolgere, risvegliare, aprire il cuore “all’amore per questo glorioso, lussureggiante pianeta verde-azzurro”, scrive Dave Foreman, fondatore di un importante movimento ambientalista statunitense. E, d’altra parte, si impegna a creare i presupposti per la diffusione del concetto di sostenibilità così come è stato introdotto 25 anni fa da Lester Brown per definire una linea di azione che miri a sostenerci senza minare le risorse del futuro. Se vogliamo vivere in modo da onorare la sostenibilità dobbiamo capire quali sono i principi dell’organizzazione con cui la vita si sostiene; nel futuro la sopravvivenza dell’umanità dipenderà dall’ecoalfabetizzazione, dall’avere ben chiaro quali sono i principi dell’ecosostenibilità.
In sintesi, il contributo originale dell’ecopsicologia è la profonda convinzione che creando una maggior conoscenza di sé, una maggior responsabilità individuale nei confronti del proprio ecosistema interno, si sviluppino in parallelo le capacità, i saperi e le sensibilità necessarie per riaprirsi a una percezione del mondo che ci circonda come qualche cosa di vivo, che ci riguarda profondamente. E allora l’impegno concreto per la cura del mondo si attiverà non più per dovere, ma per ritrovata consapevolezza di essere parte del mondo, né vittime, né padroni, né casuali visitatori, né parassiti, ma semplicemente parte integrante e parte attiva del grande processo della vita.

Concludo con un frammento di quanto detto da Seeathl, capo della tribù dei Puget Sound Salish, nel 1845, nel discorso al presidente degli Stati Uniti, quando fu obbligato a svendere i suoi territori al governo americano e a ritirasi con la sua tribù in una riserva, che in altri termini espone una visione del mondo di cui l’ecopsicologia si fa oggi portavoce:
E se vi vendiamo la nostra terra, dovete mantenerla separata e sacra, un posto dove persino l'uomo bianco possa assaporare la brezza addolcita dalla fragranza dei fiori. .. L'uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra come fratelli. Io sono un selvaggio e non capisco nessun altro modo di vivere. Ho visto i bufali marcire a migliaia nelle praterie, uccisi dall'uomo bianco che passava sul treno. Io sono un selvaggio e non capisco come il cavallo di ferro fumante possa essere più importante del bufalo che noi uccidiamo solo per sopravvivere.
Cos'è l'uomo senza gli animali? Se tutti gli animali sparissero, l'uomo morrebbe di una grande solitudine dello spirito. Perché tutto quello che accade agli animali presto accade all'uomo. Tutte le cose sono collegate.
Dovete insegnare ai vostri bambini che il terreno sul quale camminano è formato dalle ceneri dei vostri nonni. Affinché rispettino la terra, dite loro che è ricca delle vite della vostra gente. Insegnate ai vostri bambini quel che noi abbiamo insegnato ai nostri, che la terra è la nostra madre. Quel che avviene alla terra, avviene ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su loro stessi.
Questo noi lo sappiamo: non è la terra che appartiene all'uomo, ma l'uomo alla terra. Questo lo sappiamo.
Tutte le cose sono collegate, some il sangue che unisce i membri di una stessa famiglia. Tutte le cose sono collegate. Quel che avviene alla terra, avviene ai figli della terra. L'uomo non tesse la sua trama della vita, ne è semplicemente uno dei fili. Qualsiasi cosa fa alla tela, la fa a se stesso”.

Bibliografia
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Webgrafia
Ecopsicologia webzine, http://www.ecopsicologia.net, 2008

MARCELLA DANON
Psicologa, formatrice e giornalista, co-fondatrice del CREA Scuola di Counseling Umanistico Esistenziale di Milano, fa parte del direttivo della European Ecopsychology Society.